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Scontri dei curdi al di là del confine iraniano: intervista a Saeed Saedi, giornalista e membro del Kck

saedi saeed

di Ehsan Soltani –
Due settimana fa diversi i media iraniani e curdi hanno riportato la notizia di almeno tre scontri armati in territorio iraniano tra le forze di Teheran e i miliziani curdi del ”Partito Democratico del Kurdistan Iraniano’’ (Pdki)......


Gli scontri sono avvenuti nel nord ovest dell’Iran, lungo il confine con la Turchia, per la precisione presso i villaggi delle delle provincie di Sarvabad, Oshnavieh e Mahabad; fonti parlano di almeno sette miliziani curdi e cinque soldati del Corpo dei guardiani della Rivoluzione islamica (Pasdaran) uccisi.
In 20 anni è la prima volta che il Pdki, che ha sede nel Kurdistan iracheno, imbraccia le armi nel territorio dei curdi iraniani, poiché la lotta era stata posta sul piano politico e non militare.
Notizie Geopolitiche ha intervistato Saeed Saedi, giornalista e direttore di testate curdo e membro del Knk, il Congresso nazionale curdo, per comprendere gli obbiettivi del Pdki e cosa ha spinto i miliziani curdi a tornare dopo 20 anni alla lotta armata.
– Il 20 marzo il Pdki ha comunicato che riprenderà la lotta armata e che porterà la guerra dalle montagne alle città per una “fiera resurrezione” del popolo curdo nel 2016 – 2017.
Quali sono gli obbiettivi principali del Pdki in relazione a queste ultime sue operazioni?
“Personalmente non ho mai riscontrato che il Pdki abbia usato tali parole, come pure posso garantire che non si è mai parlato di “combattimento armato”. Tuttavia, per rispondere alla vostra domanda, dobbiamo vedere le differenze che ci sono e che sono in corso fra l’approccio politico ufficiale del partito e la base. Qui vi sono due esigenze e due desideri, in un quadro che ha visto negli anni i giovani che hanno aderito al partito puntare solamente a un “dibattito virtuale” e i dirigenti e gli anziani che conoscono bene le potenzialità, le capacita e la
posizione del partito, e hanno osteggiato i sentimenti spesso puerili e rivoluzionari dei giovani, anche non considerandoli.
Quindi concetti come ”guerra urbana” e “portare la guerra armata dalla montagna al confine e alla città” appartengono a quel “dibattito virtuale” del membri giovani e inesperti della guerra, che si trova solamente sui social network, mentre di fronte noi abbiamo un “dibattito classico” del partito, che non è andato oltre il ”Costruire relazioni con il nostro popolo” e ‘’far conoscere la posizione del partito”.
La corrente degli anziani, che è fatta principalmente di alti membri, anche dopo gli scontri recenti e la morte di qualche Peshmarga del partito, non ha cambiato posizione e ancora parla di avversione agli scontri armati con il regime. I giovani battono invece sul tamburo della rivoluzione e parlano di “vendetta” e di “rovesciamento del regime”. Due posizioni diverse, che ci fanno vedere in modo chiaro le contraddizioni esistenti nel partito, ben distanti dalla “fiera resurrezione”, semmai traducibile in un altro percorso e un altro modo di lottare.
La spedizione di qualche gruppo di Peshmerga nel territorio del Kurdistan iraniano non è una novità, e durante gli anni, nella stagione calda, sono sempre partiti alcuni gruppi per fare propaganda e tornare, salvo eccezioni, senza essere stati coinvolti in scontri armati.
La novità di oggi, cioè dello contro armato che c’è stato, va ricercata non in un cambiamento della strategia del Pdki, bensì nell’atteggiamento politico del regime iraniano”.
– Esiste, secondo lei, una relazione tra il cambio di strategia che c’è stato e il viaggio negli Usa fatto da Mustafa Hijri, segretario del Pdki, il quale ha incontrato alcuni membri del Comitato per le Relazioni estere del Senato tra i quali Steve King, Brad Sherman, Dana Rohrabacher e Tom Marino, tra gli esponenti più conservatori della Camera?
“No, non vedo legami tra le due cose, anche perché non è mai accaduto che venissero appoggiati i curdi nei loro problemi, bensì hanno sempre sostenuto le correnti riformiste interne ad un paese, oppure vi sono stati accordi da parte dei conservatori con le formazioni di destra”.
– Il Pdki ha la sua base logistica a Koy Sanjaq, Koye, nel Kurdistan irq.: dopo le tre azioni armate vi è stata la reazione dell’Iran nei confronti de Erbil, per prima cosa vi sono stati pesanti attacchi di artiglieria su alcune zone del Kurdistan iracheno; quindi è stata mandata a Erbil una delegazione ed infine il numero due delle Guardie rivoluzionare, il generale Hossein Salami, il quale ha minacciato che “i funzionari del nord dell’Iraq devono rispettare i loro obblighi, perché la Repubblica islamica distruggerà le loro minacce al di là delle considerazioni geografiche” Secondo Lei il verificarsi di nuove operazioni del genere influenzerà i rapporti politico-economici fra l’Iran e Kurdistan iracheno?
“In casi come questi l’Iran ha reagito in due modi per fare pressione, ovvero la chiusura dei valichi di frontiera tra i quali Khosravi, Parviz Khan, Bashmaq e Haj Omran, e bombardare
i villaggi di confine, com’è successo con i guerriglieri di Pjak (Partito della vita libera del Kurdistan, cellula iraniana del Pkk.
Se il Pdki decidesse di continuare le spedizioni armate in Iran, riprenderebbero gli assassinii di esponenti del Kurdistan irq. se non l’attacco di strutture, come il Camp Liberty dei mujaheddin a Baghdad.
Inoltre, considerata la crisi economica evidente nella zona, l’ira potrebbe ricorrere a leve socio-politiche per sostenere gli altri partiti, come il Partito patriottico del Kurdistan o il Partito democratico per indebolire il Pdki“.
– Nel marzo scorso, quando i peshmerga del Pdki sono andati per riprendere possesso di una propria base sulla montagna di Qandil si sono scontrati con la reazione dei miliziani del Pkk, che li hanno obbligati a retrocedere. Perché il Pkk si è opposto alla presenza dei peshmerga del Pdki?
“Si tratta di una contraddizione interna al partito. In passato, quanto i militanti entravano in Iran per distribuire volantini o scrivere sui muri, non vi erano problemi o attriti e passavano liberamente. Tuttavia in marzo i miliziani del Pdki volevano passare come sempre dai territori controllati dal Pkk o dal Pjak, ma il Pdki aveva costruito una base militare in funzione di dogana per riscuotere dazi dalle merci trasportate dagli abitanti dei villaggi al confine. Un’azione fatta nei territori del Pkk senza l’accordo con il Pkk! Se i miliziani del Pdki avessero avuto una strategia per combattere in Iran, probabilmente il Pkk li avrebbe appoggiati, com’è stato per le tre operazioni di oggi”.
– Mustafa Hijri, segretario del Pdki, in un’intervista rilasciata alla Deutsche Welle aveva accusato il Pkk di avere legami segreti con l’Iran e aveva affermato che questo partito aveva firmato protocolli di sicurezza con governo islamico dell’Iran per difendere il confine.
Ritiene che tali accordi esistessero realmente?
“Hassan Rohani, il presidente dell’Iran, aveva ravvisato nell’incontro con il collega turco Recep Tayyp Erdogan che i governi di Iraq e Turchia non hanno nessun controllo sui loro confini del sud-est (Turchia) e nord est (Iraq); questi confini sono totalmente in mano al Pll e al Plak, per cui Iran, Turchia e Iraq guardano la cosa come una minaccia comune.
Una parte ampia del confine occidentale dell’Iran è in mano di Pjak, mentre una piccola zona situata nella regione autonoma del Kurdistan iracheno è sotto il controllo della Forza dell’Hpg (forze della difesa del Popolo, uno dei bracci militari di Pkk.
La domanda è quindi la seguente: se fosse vero questo d’accordo fra l’Iran e il Pkk, quali sono gli interessi di quest’ultimo? I guerriglieri del Pkk sono sulla montagna di Qandil.
Quindi la minaccia più seria al confine è rappresentata dal Pjak, che ha un’alleanza strategica con il Kck, il Consiglio presidenziale del Qandil.
Le accuse di Mustafa Hijri sono solo un mero tentativo di scappare dai loro atteggiamenti politicamente scorretti avuti su Qandil. Le tre operazioni armate hanno portato alla luce una mancanza di strategia e di pianificazione, ma se queste dovessero esserci, vi sarebbe un appoggio del Pkk al Pdki”.
– Il Pdk, ha criticato le recenti operazioni del Pdki: quali reazioni ci sono state da parte dei vari partiti?
“Le critiche tra il Pdki e il Pdk sono parte di un processo lungo negli anni, fin dalla ramificazione del partito principale. Critiche che comunque non possono essere semplificate relegandole solo ai tre attacchi armati.
Il Pdk ha un approccio di carattere riformista perché non hanno la possibilità materiale di rovesciare il regime iraniano, mentre per gli altri partiti i tre attacchi restano un’azione avventata ed immatura.
In realtà non si può stabilire una base militare con tanto di famiglie nel centro del Kurdistan irq., che ha già i suoi problemi, e parlare di fare combattimenti armati o organizzare spedizioni contro il regime iraniano. Se vogliono compiere attacchi, devono portare tutta la loro potenza al confine, non a Erbil. Inoltre non è pensabile colpire senza il supporto degli altri partiti, che oggi non hanno evidentemente interesse a farlo.
Da quanto detto la segretario del Pdki, si evince che, dopo alcuni anni di silenzio, per portare insicurezza in Iran nei confronti di alcune aziende e organizzazioni americane ed europee, sono stati mandati alcuni membri del partito al mattatoio!”.
Nella seconda foto: Saedi con il leader del Pyd Salih Muslim.
Fonte:notizie geopolitica