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Chi e perché combatte nel Kurdistan Iraniano

kiran

di Matteo Latorraca
Nel febbraio 2016 le autorità iraniane e il braccio armato del PDKI, il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, hanno ripreso le ostilità dopo quasi .....

vent’anni di tregua. Il 25 febbraio di quest’anno, l’account twitter ufficiale del partito riferiva che la notte prima un operazione offensiva era stata condotta contro la base dei basij, la milizia popolare subordinata ai guardiani della rivoluzione, nella regione del Majid Xan. Almeno ventisei scontri di diversa entità sono stati registrati da maggio a settembre.
Nel Kurdistan iraniano, noto anche come Rojihlat, la ribellione non si è mai sopita. Dal 1918, le popolazioni dell’area si sono scontrate con le varie realtà che hanno governato il paese. Nel 1996, il KDPI, dopo che molti dei suoi leader erano stati presumibilmente assassinati dai servizi segreti iraniani e le sue basi distrutte dalle forze sicurezza, aveva dichiarato un cessate il fuoco. Molti ex combattenti erano fuggiti in Iraq dopo questo accordo.
Le redini della rivolta erano passate allora ai membri di PJAK, letteralmente il Partito della Vita Libera, vicino alle posizioni e alla dottrina del PKK. Un cessate il fuoco tra queste due fazioni era stato firmato nel 2011, anche se in realtà è stato infranto più volte da entrambe le parti.
Secondo il PDKI, gli scontri sarebbero iniziati in risposta alle politiche repressive del governo. In un’intervista al sito Rudaw, Hassan Sharafi, leader del PDKI, ha indicato l’accordo sul nucleare firmato dall’Iran con i paesi del gruppo 5+1, come evento spartiacque per l’inizio della nuova insurrezione. “Da quando questo accordo è stato ratificato, il governo si crede libero di fare quello che vuole, senza che il resto del mondo intervenga. Siamo stati costretti a questo tipo di approccio”.
Nella stessa intervista, Sharafi dichiara che la loro è una lotta per i diritti politici fondamentali degli abitanti della zona e che la presenza dei propri peshmerga è dovuta alla necessità di difendere la popolazione dalle azioni delle autorità iraniane, e non con finalità offensive. Si critica ampiamente il fatto che le minoranze del paese non vengano adeguatamente rappresentate anche per un fatto confessionale. Infatti, Curdi, Turkmeni e Baluci fanno parte del Islam sunnita, in un paese a stragrande maggioranza sciita.
Tutto questo ha provocato anche l’irritazione del Governo Regionale del Kurdistan iracheno, KRG, che ha ampiamente criticato le decisioni del PDKI. Erbil non vuole crearsi un nemico in vista di una possibile indipendenza e sembra più disposta ad abbandonare i cugini iraniani, come ha già fatto con il PKK in precedenza. Il vicino Iran potrebbe diventare un partner commerciale affidabile, così come lo è diventata la Turchia.
L’Iran ha già espresso più volte la sua indisposizione, sia sollecitando Erbil a porre un freno alle attività del gruppo nella loro regione, sia agendo diretta con bombardamenti. Il 26 giugno, l’artiglieria iraniana ha bombardato le aree di confine di Sidakan e Haji Omaran nel Kurdistan iracheno. A ciò hanno fatto seguito le dichiarazione del generale Mohammad Pakpour, comandante delle guardie rivoluzionarie, che ha minacciato ulteriori attacchi nell’area se le azioni del PDKI non fossero cessate.
Per alcuni, la nuova sollevazione non è altro che l’ennesima “proxy war” condotta in Medio Oriente. Da una parte, la Repubblica Islamica che ha visto crescere negli ultimi anni la sua importanza e il suo prestigio, soprattutto per quanto riguarda la lotta contro l’estremismo sunnita e in favore del suo alleato Bashar Al-Assad. A questo va anche aggiunto la ripresa delle relazioni con gli USA e le altre potenze occidentali.
Dall’altra, Israele e l’Arabia Saudita, acerrimi nemici dell’Iran. Il primo ha più volte minacciato un intervento diretto nel caso il programma nucleare iraniano potesse diventare una reale minaccia nei suoi confronti. Inoltre, Israele può anche vantare un rapporto amichevole di lunga data con il KRG e una simpatia per la causa curda in generale. Tuttavia, il ravvicinamento tra Gerusalemme e Ankara avvenuto nell’ultimo periodo potrebbe subire un arresto se ci fossero prove di un diretto supporto israeliano a un gruppo ribelle curdo.
Invece, la monarchia saudita si oppone alla crescita di una potenza sciita vicino ai propri confini. I ribelli curdi iraniani non sarebbero nient’altro che una loro pedina, utile a destabilizzare una parte del paese e magari far venire a galla le brutalità delle forze armate iraniane. Secondo Teheran, l’apertura del consolato saudita a Erbil nel febbraio scorso sarebbe un ulteriore segno delle intenzioni di Ryad. Tuttavia, ci sarebbe un’opposizione dello stesso KRG, che di sicuro preferisce favorire un suo vicino piuttosto che un paese con cui ha avuto sempre poco a che fare.
In realtà, non ci sono prove che avvalorino la tesi della “proxy war”. In una dichiarazione del PDKI risalente a Luglio si sottolinea come in realtà non il gruppo non abbia sostenitori all’esterno.” Ci siamo imbarcati in questa campagna per trovare degli alleati in Medio Oriente e oltre per combattere le minacce poste dalla Repubblica Islamica.”
Di sicuro, i peshmerga non pongono una reale minaccia alla stabilità dell’Iran. Resta più probabile che il PDKI voglia occupare il vuoto politico che nessuno è ancora riuscito a riempire tra i curdi iraniani e attirare l’attenzione sulla loro causa. I curdi si sono sollevati in Turchia, Siria e Iraq, e questo ha motivato il PDKI a giocare le sue carte. Tuttavia, sembra che il resto del mondo guardi con maggiore preoccupazione ad altri fattori e che la causa curda sia stata strumentalizzata solo in valenza anti ISIS.
Fonte:Eastonline