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A Derek, nel Kurdistan siriano bombardato da Erdogan, dove un intero popolo è in lutto

A Derek non c'è una serranda aperta. Le poche persone in giro sono ferme ai bordi della strada sterrata che porta........

. al cimitero dei martiri, in attesa del corteo funebre dei 21 soldati delle YPG e YPJ (le brigate di liberazione del popolo, Ndr) uccise dalle bombe turche nella notte fra lunedì e martedì. È il lutto di un popolo intero, anzi dei popoli che abitano la valle della Jazira, la Siria Nord-orientale, Rojava o Kurdistan siriano, a seconda dell'ottico da cui si guarda la storia che si sta scrivendo da queste parti. "Non vogliono che la nostra rivoluzione abbia successo, perché sanno che cambierebbe l'intero Medio Oriente" affermano sicuri i curdi, fieri di poter mostrare come al loro fianco ci siano arabi, armeni e assiri in uno dei giorni più tristi da quando, tre anni fa, hanno dichiarato l'autonomia dal regime di Damasco. Le madri del 21 ragazzi e ragazze colpiti nel sonno dall'attacco più devastante che la Turchia ha compiuto in Siria, piangono strette al braccio di altre donne, arabe e assire. "Sono sei anni che seppelliamo i martiri. Ogni volta è straziante, ma ci rende ancora più convinti di quello che stiamo facendo. Perché non siamo soli" riflette Redur (nome di fantasia, Ndr) che nel bombardamento ha perso tre amici.
Le bandiere e le uniformi curde sono la macchia più evidente nel grande mare che è venuto fin qua, dove l'Iraq e la Turchia si vedono a occhio nudo, da Qamishlo e Amuda, le capitali politiche del "movimento"; da Kobane, che ha finito di vivere queste situazioni poco più di due anni fa; dai villaggi vicino Raqqa, liberati da poco dal controllo dell'Isis. Sfilano le bare al grido di "Shahid namirin" ("un martire non morirà mai"), mentre al microfono si alternano celebrazioni in arabo e in curdo. A metà della lunghissima cerimonia spuntano anche tre tank americani, con una decina di marines. Ad accompagnare i "boots on the ground" che Obama non voleva mandare, decine di curdi che gridano contro "Erdogan è un terrorista! Erdogan è un terrorista". I marines non possono commentare, e forse non vogliono, ma il dito è puntato anche contro di loro: "Non possono stare su entrambi i tavoli. - attacca Newruz (altro nome di fantasia, Ndr) - È impossibile che non sapessero cosa stavano progettando i turchi, ma non ci hanno avvertito. Per questo motivo abbiamo fermato le operazioni a Raqqa. Noi Raqqa non la liberiamo, se gli alleati americani non ci garantiscono di coprirci le spalle dai turchi". "Sì, a Raqqa adesso è tutto fermo" conferma Azadi, il "compagno libertà" come è stato soprannominato un ex cuoco di Torino, da 10 mesi foreign fighter al fianco delle YPG. Azadi è al cimitero con un'altra ventina di combattenti francesi, americani, tedeschi, fra loro anche un sudcoreano, che si trovano in Rojava per combattere l'Isis: "In tutto saremo circa duecento. Gli italiani, una decina. C'è chi è al fronte, chi dà supporto medico, chi fa formazione. Io adesso sono all'accademia per gli stranieri di Qara Shouk e ho visto l'attacco in diretta" continua Azadi.
Sulla collinetta a poche decine di chilometri dal confine non è rimasto niente. I 26 aerei turchi che hanno bombardato il centro di comando delle Ypg hanno fatto un lavoro certosino. Della radio e degli alloggi della cinquantina di soldati sono rimaste solo macerie, mentre i silos di grano e la piccola raffineria sono ancora intatti: "Non ci aspettavamo un attacco del genere, ma d'altronde la Turchia è un nostro nemico. Logico che ci attacchi" spiega un soldato curdo tornato con un'altra decina di commilitoni a Qara Shouk per vedere il disastro e recuperare le poche cose salvate. Questo soldato è su una sedia a rotelle e non ha più le gambe, a causa di una ferita di guerra precedente: "Continuerò a servire il movimento, con la politica o la comunicazione. Siamo tristi per aver perso i nostri compagni, ma ancora più determinati a prenderci la nostra vendetta. Perlomeno la Turchia ha mostrato il suo vero volto la cui unica differenza con quello dell'Isis è che non ha la barba". Brandelli di banconote da cento dollari giacciono accanto ad apparecchi radio e materassi squarciati, sullo stesso piazzale dove una soldatessa con l'apparecchio ai denti e le stampelle vaga con le lacrime agli occhi in mezzo a macerie ancora fumanti. "Il nostro unico errore è aver posizionato il centro di coordinamento su una collina così facilmente attaccabile. Ma abbiamo imparato per il futuro" riflette Haldar, fra i primi ad arrivare sul luogo dopo il bombardamento: "Era uno scenario da incubo con le urla dei feriti e i corpi dei morti da estrarre", ricorda. Fra loro anche Devrim Guney, che era entrato nel PKK nel 1983 e ha trovato la morte insieme al figlio più di 30 anni dopo. Anche lui invalido di guerra, stava aspettando una nuova protesi che è arrivata troppo tardi.
Seppelliti i morti, resta alta la tensione in Rojava. Il confine è diventato caldo, con l'esercito turco che sta ammassando truppe sul suo versante e i curdi che fanno altrettanto. Nel cantone di Afrin, ad Ovest di Aleppo, ci sono scontri quotidiani e venerdì gli aerei turchi hanno colpito anche Sere Kanie e Tal Abiad. "Non è chiaro il loro obiettivo, ma speriamo che non vogliano entrare nel nostro territorio. - ha ammonito Redur Xelil, portavoce delle YPG - Noi non vogliamo aprire un altro fronte oltre quello a Raqqa contro l'Isis, che è la nostra priorità". Le forze curde hanno lanciato una campagna per chiedere una no-fly zone in Rojava, i cui destinatari sono gli americani. Anche Erdogan si è rivolto a Washington, chiedendo di smettere di supportare quelle che per lui sono "formazioni terroriste da annientare". Per il momento i marines, insieme ad alcuni soldati francesi, sono stati spostati a sorvegliare il confine con mezzi pesanti e droni, e i loro portavoce hanno invitato la Turchia a "concentrare gli sforzi contro l'Isis" invece di "colpire gli alleati". Nel frattempo il cimitero dei martiri di Derik si è allargato ancora un po'.
Fonte: http://www.huffingtonpost.it/2017/04/30/a-derek-nel-kurdistan-siriano-bombardato-da-erdogan-dove-un-in_a_22062414/