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Kurdistan iracheno: lo stallo politico dopo il referendum

di Fernando D'Aniello

l 25 settembre 2017 si è tenuto nella Regione autonoma curda della Repubblica d’Iraq un referendum non....... vincolante per l’indipendenza: secondo la Commissione elettorale l’affluenza è stata del 72,6%, i “Sì” hanno ottenuto oltre il 92%. Va segnalato che, contrariamente a quanto annunciato in un primo momento, non sono stati diffusi i risultati in dettaglio quantomeno dei tre governatorati della Regione (Duhok, Erbil e Suleimaniyya). A giudizio dello Speaker del Parlamento Yousif Mohammed Sadiq (nato nel 1978, appartiene ad una nuova generazione politica di politici curdi), tra i grandi oppositori del presidente Masoud Barzani e figura di primo piano della politica curda, che abbiamo incontrato a Berlino il 19 ottobre scorso, questa mancanza si spiega con la bassa partecipazione in molte aree, tra cui la città di Suleimaniyya, storica sede delle opposizioni, dove avrebbe votato “solo il 35% della popolazione e non sarebbero mancati i brogli da parte di Barzani, il cui obiettivo era di mostrare un Kurdistan unito e pacificato sotto la propria leadership”[1].

Il governo iracheno ha immediatamente adottato alcune misure, tra cui la chiusura degli aeroporti della Regione ai voli internazionali, e una decina di giorni dopo il referendum ha avviato un’operazione militare, per certi aspetti ancora in corso, in tutti i cosiddetti disputed territories, tra cui la centrale, ricca e strategica città di Kirkuk, che è tornata sotto il controllo iracheno per mano dell’esercito regolare e delle milizie scite Al-Hashd al-Sha'abi.
Primo effetto di questa escalation militare, costata la vita a molti peshmerga e nuovi sfollati curdi fuggiti dalle proprie case, è stato il congelamento del risultato del referendum[2] e il rinvio delle elezioni parlamentari in Kurdistan previste per novembre 2017, che avrebbero dovuto rilegittimare le istituzioni curde, presidenza e parlamento; il mandato della prima è scaduto da tempo, mentre il secondo non si riunisce nella sua composizione naturale ormai da anni [3] quando invece “la sua riapertura come pure un ordinato svolgimento delle sue funzioni rappresentano il presupposto indispensabile per ritornare ad una normale dialettica costituzionale in Kurdistan” afferma Sadiq.

LE RAGIONI DEL REFERENDUM

Per inquadrare correttamente gli esiti del referendum, occorre preliminarmente analizzare le ragioni che hanno spinto nello scorso giugno Masoud Barzani a convocarlo. Il Kurdistan meridionale, che corrisponde al nord della Repubblica d’Iraq, è di fatto indipendente dalla Guerra del Golfo di inizio anni Novanta: il 3 marzo 1991, il giorno del cosiddetto “esodo”, è la data che segna l’inizio dell’indipendenza curda, avvallata poi dalla comunità internazionale con l’imposizione della no-fly-zone.

Questa situazione di indipendenza di fatto è assunta dalla Costituzione irachena del 2005: la Regione autonoma è riconosciuta come entità esistente e il testo costituzionale non procede a una vera delega di poteri tra il governo federale e quello regionale, ma si limita a prendere atto delle competenze che il governo di Erbil, la capitale della Regione, ha nel corso degli anni avocato. Tant’è che un celebre testo sulla Regione reca il titolo Kurdish Quasi-State [4] e attenti interpreti del federalismo iracheno hanno segnalato che più che una repubblica federale, l’Iraq sarebbe una federazione tra lo stato iracheno con capitale Baghdad e la Regione curda [5].

A questo particolare assetto costituzionale, di per sé fortemente ambiguo, si aggiunge il problema dei disputed territories, le zone contese tra Erbil e Baghdad. Si tratta di una vasta lingua di territorio tra la Regione autonoma e l’Iraq, investita nel corso degli anni del regime di Saddam da processi di arabizzazione, che ne hanno alterato profondamente la struttura demografica. I curdi le rivendicano, secondo gli iracheni sono parte integrante – e irrinunciabile – dell’Iraq [6]. Tra queste aree, c’è Kirkuk, la ricca e centrale città petrolifera, nonché un simbolo potentissimo per i curdi della loro cultura e della loro resistenza al regime baathista: è qui che Saddam, infatti, avviò l’arabizzazione con maggiore violenza, distruggendo le case dei curdi e deportando la popolazione. È chiaro che l’ipotesi di un Kurdistan indipendente, seppur nella variante alternativa al Grande Kurdistan e, cioè, limitato al solo Kurdistan meridionale non può fare a meno di Kirkuk, per ragioni economiche ma anche (soprattutto?) simboliche.

Gli attacchi dello Stato islamico irrompono in Iraq nel 2014. A quel punto l’abbandono delle posizioni da parte dell’esercito regolare iracheno rischia di determinare la caduta della stessa Kirkuk in mano islamista, evitato solo dall’intervento delle forze peshmerga curde, avallato, seppur con poco entusiasmo, dallo stesso governo di Baghdad. Le truppe curde resistono in tutte le aree occupate e avviano poi l’offensiva contro l’ISIS. La Regione autonoma sopporta il peso più consistente della guerra: la gestione degli sfollati, il cui numero arriva sino a oltre il 30% di tutta la popolazione della Regione e che, insieme all’abbattimento del prezzo del petrolio, mette in ginocchio l’economia della Regione. In questa situazione il Presidente Barzani può prorogare ulteriormente (secondo le opposizioni illegittimamente) il suo mandato scaduto nel 2013.

DOPO LO STATO ISLAMICO: UNA "MANOVRA" PER OTTENERE CONSENSI?

La fine della guerra con lo Stato islamico e la momentanea debolezza delle opposizioni [7], autorizza il presidente Barzani a credere di poter utilizzare la questione nazionale per compattare nuovamente la popolazione curda e aprire una fase di trattativa (che lui stesso annuncia essere lunga almeno due anni) con il governo federale e che, verosimilmente, intende guidare. Questo è il primo errore che le opposizioni imputano a Barzani: il referendum sarebbe stato convocato esclusivamente come operazione politica interna. Chiaro infatti il giudizio di Sadiq: “Il referendum non è stato preparato da Barzani con la necessaria attività diplomatica, senza ascoltare le varie voci della Comunità internazionale, che pure avevano chiesto di sospendere il referendum. Questo ha condotto anche ad una pressione comune di Turchia, Iran e Iraq contro il referendum, aprendo così la strada alla violenta reazione irachena, che rischia di vanificare così la ritrovata unità nazionale, quantomeno in Iraq, dei Curdi”.

L’intera operazione mancherebbe di una solida base costituzionale: “Barzani non ha l’autorità per convocare il referendum. Solo un organismo legittimato democraticamente come il Parlamento può avviare le misure necessarie per assicurare l’indipendenza curda”, continua Sadiq che, insieme al suo partito Gorran, ha contestato da subito la scelta di convocare il referendum. In discussione, ovviamente, non è la questione nazionale curda ma l’uso che ne fa il Presidente Barzani.

All’opposizione di Gorran si è aggiunta quella del movimento #not4now che, ispirato dall’uomo d‘affari Shaswar Abdulwahid, ha tentato di denunciare l’inutilità di un referendum in un momento in cui prioritarie sono le riforme economiche e sociali e la transizione a un nuovo quadro politico. Il movimento si è trasformato dopo il referendum in un partito politico Newey Nwe, Nuova generazione. Le opposizioni concordano nel giudizio negativo del referendum soprattutto per l’incapacità di superare l’attuale quadro politico, segnato dalla preminenza del Partito democratico del Kurdistan di Barzani, e da un’assoluta impermeabilità a qualsiasi istanza di trasformazione proveniente dalla società curda. L’effetto del referendum sarebbe, dunque, quello di congelare ulteriormente il quadro politico, allontanando l’approvazione di indispensabili riforme istituzionali, economiche e sociali che finirebbero per mettere in discussione l’egemonia storica dell’attuale leadership curda non solo nel contesto politico ma anche nella sfera militare, economica, sociale.

Subito dopo il referendum, Barzani ha deciso di trasformare il Consiglio per il Referendum nella Guida politica del Kurdistan[8]: un’istituzione non prevista dalla Costituzione e che rischia di costruire un doppio livello istituzionale in competizione con le istituzioni previste dalla legge[9]. Il giudizio di Sadiq è ancora una volta netto: «Questa Guida politica, priva di base giuridica, intende solo rinviare le elezioni per il rinnovo del parlamento e impedire un cambio di governo, condizione indispensabile per il progresso di tutta la Regione e il ristabilimento di pacifiche relazioni con Baghdad e i nostri vicini». Bisogna ribadire che, al di là dei recenti avvenimenti e della crisi con il governo di Baghdad, l’uso spregiudicato della questione nazionale da parte del Presidente Barzani con la convocazione del referendum rappresenta una seria ipoteca sulla capacità della Regione autonoma di dotarsi di una nuova leadership politica, superando o anche solo relativizzando le forze che hanno dominato gli ultimi tre decenni.

LO STALLO DEL KURDISTAN

A questo punto vanno valutati due fattori: il deterioramento dei rapporti con Baghdad e la dinamica interna del sistema politico curdo. Come detto, il governo centrale ha lanciato un’operazione militare su Kirkuk, che ha portato al ritiro delle forze peshmerga. Altre operazioni sono ancora in corso: l’obiettivo di Baghdad è di ritornare alla situazione precedente alla comparsa dello Stato islamico e, quindi, ad estendere la sua piena sovranità sui territori contesi: il referendum ha permesso, quindi, al governo centrale di poter procedere con la soluzione della questione Kirkuk, sconfessando un referendum considerato illegittimo (a maggior ragione perché si è svolto nelle aree contese, dove invece la Costituzione irachena prevede la cooperazione tra il governo di Erbil e quello di Baghdad) e potendo precedere con l’occupazione delle aree contese. L’ulteriore accusa di Sadiq mossa a Barzani di aver trascurato il coinvolgimento del governo centrale e delle potenze regionali nella preparazione del referendum, dunque, coglie il segno.

Nel comunicato successivo alla presa di Kirkuk da parte delle forze irachene e sciite[10], Barzani ha accusato il partito curdo dell’UPK di aver deciso unilateralmente l’abbandono della città: una scelta grave che mirava a dividere ulteriormente il mondo politico curdo. Dal suo canto, Sadiq attribuisce invece l’intervento militare e la successiva sconfitta delle forze peshmerga di Kirkuk all’«unilateralità delle decisioni prese dal presidente». Giova ribadire che proprio la scelta di tenere il referendum a Kirkuk, senza aver minimamente coinvolto il governo centrale e, anzi, ignorandone la contrarietà, è stato un fattore decisivo per legittimare il successivo attacco delle forze irachene.

Al momento le elezioni curde sono sospese, vista la situazione militare, e secondo Sadiq, il piano di Barzani è quello «di rinviare le elezioni per almeno due anni». Tuttavia, l’alternativa può essere quella di un governo di unità nazionale che possa superare questa fase complicata con Baghdad e ridare legittimità alle istituzioni curde. Il presupposto sarebbe, però, costituito da un passo indietro di Barzani, le cui dimissioni, a giudizio di Sadiq “potrebbero permettere la formazione di un governo di salvezza nazionale aperto a tutte le forze politiche che possa raccogliere il sostegno delle minoranze arabe, turcomanne e cristiane sulla base di un programma condiviso di riforme politiche ed economiche”. Su questa impostazione Gorran ha definito un programma insieme al Gruppo islamico del Kurdistan [11] e nella stessa direzione va anche Coalizione per la democrazia e la giustizia di Barham Salih, ex Primo ministro [12].

Tuttavia, per quanto ragionevoli siano le proposte dell’opposizione, al momento la situazione in Kurdistan appare bloccata: il rinvio delle elezioni potrebbe significare un periodo di nuova emergenza istituzionale, segnata, ancora, dalla divisione tra Erbil e Suleimaniyya, sede delle variegate forze ostili a Barzani. La riapertura del Parlamento, auspicata da Sadiq, potrebbe non bastare ad un compromesso tra le forze politiche curde, compreso il PDK di Barzani. Le opposizioni, in particolare, sembrano eccessivamente frammentate e la crisi dell’UPK non fa altro che determinare una costante e ormai quasi inevitabile emorragia di consensi verso altre forze politiche, incapaci, però, di poter aspirare ad un ruolo di contrasto del PDK come quello esercitato dall’UPK negli anni scorsi: del resto la stessa formazione di Salih, la Coalizione per la democrazia e la giustizia nasce da una nuova scissione dell’Unione patriottica[13]. Al momento, la crisi militare con Baghdad sembra essere l’unica ragione che eviti l’inasprimento della crisi fino ad una vera e propria guerra civile, come quella di metà anni novanta.

Fernando D'Aniello, Università di Pisa

Note

[1] Si faccia riferimento al comunicato della Independent High Electoral Commission http://www.khec.krd/pdf/173082892017_english%202.pdf, consultato a ottobre ’17. Si tenga, però, presente il giudizio positivo che gli Osservatori internazionali hanno dato dell’organizzazione e dello svolgimento del referendum.

[2] Si legga lo statement del Governo della Regione autonoma curda: http://cabinet.gov.krd/a/d.aspx?s=040000&l=12&a=55938, consultato a ottobre ‘17.

[3] Il mandato del Presidente Barzani è scaduto nel 2013 ed è stato prorogato per due volte dal voto parlamentare. Proprio il parlamento è stato di fatto chiuso dal 2015 e allo Speaker Sadiq, espressione del partito Gorran, Cambiamento, è impedito fisicamente l’accesso alla capitale; un suo tentativo di eludere il blocco comporterebbe una reazione e uno scontro militare con le forze fedeli a Barzani. Al momento il Parlamento, che in ragione del referendum è tornato, in parte, a riunirsi, è presieduto esclusivamente da un ‘vice’ dello Speaker legittimo.

[4] Il riferimento è a D. Natali, The Kurdish Quasi-State. Development and Dependency in Post-Gulf War Iraq, New York 2010.

[5] Si faccia riferimento, in particolare, ai testi di A. Danilovich e, in particolare, all’ultimo volume che ha curato Iraqi Kurdistan in Middle Eastern Politics, London, 2017.

[6] Si veda M. Ihsan Arabization as Genocide. The case of the disputed territories in Iraq, in The Kurdish Question Revisited, London 2017 pp. 375-391.

[7] L’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) attraversa da anni una grande crisi, dovuta principalmente alla malattia del suo leader Jalal Talabani, scomparso proprio pochi giorni dopo il referendum, ma da tempo paralizzato in un letto d’ospedale. Anche Gorran, che nasce proprio da una scissione in seno all’UPK, ha perso il suo carismatico leader e fondatore Nawshirwan Mustafa, morto nel maggio scorso.

[8] Si faccia riferimento al comunicato apparso su Rudaw: http://www.rudaw.net/english/kurdistan/011020174, consultato a ottobre 2017.

[9] Non va dimenticato che al momento non è stata ancora approvata una Costituzione della Regione autonoma, pure prevista dalla Costituzione federale, e che le elezioni e le istituzioni curde sono disciplinate dalle Leggi approvate ai primi anni ’90 come pure dagli accordi politici tra KRD e UPK.

[10] Una sintesi ufficiale in inglese è sul sito della Presidenza: http://www.presidency.krd/english/articledisplay.aspx?id=y30eHs51Swc=, consultato a ottobre 2017.

[11] I comunicati sono on-line sull’account ufficiale del partito su Twitter: https://twitter.com/Gorran_Change, consultato ottobre 2017

[12] Il testo del comunicato è sull’account ufficiale del partito su Twitter: https://twitter.com/Hawpaimani/status/921054854386212864, consultato ottobre 2017.

[13] Un buon primo passo sembra essere il comunicato congiunto di Gorran, Gruppo islamico e il nuovo partito di Salih: https://twitter.com/Gorran_Change/status/922756412450791424

Fonte: http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/kurdistan-iracheno-lo-stallo-politico-dopo-il-referendum-18379