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Home Articoli Vorrei ma non posso, congelata l’indipendenza del Kurdistan iracheno


Vorrei ma non posso, congelata l’indipendenza del Kurdistan iracheno

di Mario Sommossa

Dopo le dimissioni del Presidente della Regione Autonoma Curda irachena Massoud Barzani la situazione, anziché migliorare, continua a essere più confusa........

In quello che probabilmente è un gioco delle parti con il nipote, il Primo Ministro Nechirvan Barzani, l'ex Presidente conferma che fu giusto tenere il referendum per l'indipendenza e che tre milioni di voti a favore non possono essere annullati. L'altro conferma, invece, che un dialogo con Baghdad è indispensabile e che il risultato della consultazione sarà nel frattempo "congelato".
A sua volta, il Primo Ministro iracheno Haider Al Abadi punta ad approfittare del successo e della popolarità conquistata tra la popolazione araba con la vittoria su Kirkuk negandosi a ogni colloquio prima che i curdi accettino di "annullare" (e non soltanto "congelare") il referendum.
Per ora i cieli sopra la Regione restano chiusi e nessun aereo può atterrare in alcuno dei due aeroporti, qualunque sia la provenienza. La loro consegna sotto il controllo dello Stato centrale è una delle condizioni imposte da Baghdad come ritorsione immediata al voto del 25 settembre ma l'altra condizione, perfino più gravida di conseguenze, è la richiesta che i peshmerga cedano alle truppe ufficiali il controllo delle frontiere con Iran, Turchia e Siria. Quest'ultima richiesta è particolarmente pesante per Erbil perché tutti gli scambi con l'estero (in specifico con la Turchia), il transito del petrolio (e in futuro del gas) e i dazi doganali cesserebbero di essere sotto il diretto controllo curdo e sarebbero così sottratte alla Regione quelle entrate economiche indipendenti che le avevano consentito di sopravvivere anche in assenza dei fondi loro dovuti come quota del bilancio nazionale.
La Costituzione irachena, approvata nel 2005 da un voto popolare, prevede che l'Iraq sia uno Stato Federale ma i litigi sulle rispettive competenze tra Regione Autonoma e Stato centrale erano cominciati quasi subito.
In particolare la contesa riguardava (e riguarda) chi abbia il diritto di gestire i pozzi petroliferi di nuova apertura, chi possa sottoscrivere contratti per il loro sfruttamento e chi ne incasserebbe i proventi. Gli accordi prevedevano che il 17 percento del budget federale fosse destinato alla Regione Curda, ma quando Erbil cominciò a firmare intese con società petrolifere straniere ed esportare autonomamente il petrolio, Baghdad sospese ogni erogazione.
Il calo del prezzo dell'oro nero, le diffide a non scavalcare le Autorità centrali lanciate dall'Iraq contro i dealer internazionali e, ultimamente, i grandi costi della guerra contro l'ISIS e della gestione dei milioni di profughi, hanno messo in grave difficoltà le finanze curde e il Governo Regionale ha dovuto ricorrere a prestiti internazionali molto costosi per poter tirare avanti. La guerra ha obbligato i due a un accordo temporaneo secondo il quale il centro s'impegnava almeno a pagare i peshmerga e i pubblici funzionari regionali.
In cambio, i curdi accettavano di far transitare una parte del petrolio iracheno (diretto via Turchia verso il Mediterraneo) nelle condotte che passavano sul proprio territorio. La soluzione era diventata indispensabile perché la pipeline che arrivava in Turchia senza passare dalla Regione Curda era stata messa fuori uso dal conflitto in corso.
Forse solo per alzare l'asticella per possibili negoziazioni a venire (non dimentichiamo che siamo in una zona ove fino a poco tempo fa si poteva perfino trattare sul prezzo di una bibita al bar), il Parlamento nazionale ha fatto passare una nuova legge di bilancio 2018 che prevede che al Kurdistan spetti solo il 12,67 per cento e non il 17 del budget nazionale. Al Abadi ha anche dichiarato di credere che il numero dei peshmerga e dei funzionari pubblici regionali siano solo 682.021 e non 1.249.481 come dichiarato fraudolentemente da Erbil. Ciò giustificherebbe la riduzione del budget destinato.
Sotto l'aspetto politico, però, quella legge contiene qualcosa di ancora più grave: invece di citare il Governo Regionale Curdo come possibile destinatario dei fondi, come previsto nella Costituzione, scrive di "Province del Nord". La scelta della terminologia non è casuale o frutto di un errore: mira indubitabilmente a evidenziare la divisione anche interna al fronte curdo tra il partito PDK di Barzani, principalmente basato nella parte ovest del Paese, e il PUK del fu Jalal Talabani che controlla la zona di Suleimanya. Inoltre, misconosce il ruolo del Governo Regionale.
I due partiti avevano assunto un atteggiamento diverso anche sul referendum, con il primo fortemente deciso a tenerlo ad ogni costo e il secondo invece riluttante.

La perdita di Kirkuk aveva accentuato la divisione perché, essendo i peshmerga di quest'ultimo ad avere il controllo della città, la loro ritirata ha fatto urlare Barzani al tradimento. Anche dentro il PUK esistono però alcune divisioni. Il 24 ottobre il partito ha rilasciato una dichiarazione in cui si ammetteva che nella rinuncia alla difesa della città un "complotto regionale" aveva avuto un ruolo e si è annunciata un'inchiesta interna.

Sotto accusa la famiglia dello stesso Talabani. Tuttavia Bafel Talabani, figlio maggiore dello storico capo, ha negato ogni loro coinvolgimento, pur aggiungendo che il suggerimento americano di posporre la consultazione di almeno due anni sarebbe stato una scelta saggia.

Proprio verso gli americani Massoud Barzani ha deciso di alzare il tiro criticando gli USA per aver consentito all'esercito iracheno e alle milizie filo-iraniane l'uso di carri armati Abrams e di armi pesanti contro i peshmerga, armi che sarebbero dovute essere utilizzate solamente contro l'ISIS.

"… dobbiamo rivedere il nostro rapporto con coloro che sono responsabili di ciò…Per quanto riguarda il rapporto con la Casa Bianca… non posso nemmeno dire se esista un rapporto oppure no…L'amore e la speranza che la nostra gente aveva negli Stati Uniti è diminuita e sta diminuendo di più ogni giorno".

Ha anche aggiunto che, invece di fare affidamento su di loro, i Curdi potrebbero ampliare il loro rapporto con la Russia.
In quel gioco delle parti che ipotizzavamo all'inizio di queste righe (fatto salvo che potrebbe invece trattarsi davvero di una diversa visione politica) il Primo Ministro Nechirvan sembra più disponibile a concessioni, pur di riaprire il rapporto con Baghdad.

Si è detto, infatti, disponibile a:
"Rinunciare al controllo del petrolio, degli aeroporti e lasciare tutti dazi doganali alle Autorità centrali purché il Governo Federale paghi gli stipendi per i pubblici funzionari curdi, il 17 percento previsto dalla Costituzione e gli altri versamenti dovuti".

Nel frattempo, un segnale positivo per Erbil è l'ordine di ritirarsi dato alle sue milizie presenti a Kirkuk da Moqtada Al Sadr, influente capo di un'importante fazione sciita irachena. Con una dichiarazione ufficiale, ha informato di aver comandato alle sue milizie che avevano partecipato alla conquista della città di lasciare le loro basi entro settantadue ore, lasciando che a sorvegliare il territorio restasse solo l'esercito ufficiale. Al Sadr era sempre stato il capo partito sciita più dialogante verso i Curdi e quest'ultimo atto suona come un segnale d'invito ad Al Abadi ad accettare di cominciare i negoziati.

Anche Iran, Turchia e USA spingeranno per una soluzione amichevole perché nessuno di loro vuole né una guerra civile né un Iraq instabile e la situazione di autonomia controllata, come era quella precedente alla rottura avvenuta con il referendum, andava bene a tutti.
Fonte:Sputniknews